Siria. La Hollywood della tv

Tutto riparte. Motore, Azione, si gira. La guerra è finita. Dopo tante dichiarazioni ostili e minacce, anche i paesi del Golfo si arrendono e alzano la bandiera bianca. Volete la conferma? Aprite le tv arabe e guardate. Non vi affrettate, non mi riferisco alla sanguinosa guerra per procura, che da otto anni affligge la Siria, a quella manca poco, e i canali all news non hanno ancora modificato niente, ma mi riferisco ad una vera e propria guerra parallela, imposta dai ricchi paesi arabi, a suon di televisione.

Il mese sacro di Ramadan, appena concluso, con palinsesti specifici, è di fatto l’alta stagione per il mercato televisivo arabo. Mussalsalat, le famose serie tv, trasmesse a rotazione e replicate in tutte le ore, vengono prodotte appositamente per questo mese, per mantenere incollati i telespettatori agli schermi quotidianamente per almeno trenta puntate, l’intera durata di Ramadan. Questo genere televisivo raggiunge il picco di ascolti, durante il mese del digiuno, dove in genere, si lavora meno, si esce poco durante il giorno, i giovani trovano più tempo libero, mentre le famiglie si radunando più spesso.

Non ci sarebbe nessuna “guerra” se non ci fossero da sempre, tanti, tantissimi Mussalsalat di ogni genere, dalla commedia al tema sociale passando per lo storico e il drammatico, che ogni anno, rincorrono gli ascolti e tentano di trovare visibilità e spazi televisivi, con l’obbiettivo di appassionare con le loro storie avvincenti milioni di telespettatori. Un confronto, quindi, non solo tra i canali tv e le case di produzione, che costringe il pubblico a dotarsi di schemi e agende per gestire le messe in onda e gli orari delle repliche, ma anche una vera competizione tra paesi di provenienza e i temi trattati.

La Siria, é uno dei paesi, che prima dello scoppio della guerra dominava completamente il mercato dei Mussalsalat: La Hollywood della tv, produce serie tv di altissima qualità, tecnicamente e artisticamente, con registi preparati, attori e attrici eccellenti, con carisma e preparazione accademica, ma soprattutto, con temi coraggiosi e all’avanguardia. In poche parole, esercita la funzione dei talk show occidentali, dettando l’agenda dei temi trattati, superando censura e tabù.

Anche in Italia, uno dei rari casi di serie tv arabe andate in onda, è siriana ed è firmata dal celebre regista Najdat Anzour, considerato uno dei registi siriani più influenti nello scenario televisivo arabo, e definito il padre dei Mussalsalat, visionario e controverso, minacciato più volte di morte dai gruppi terroristici. Ma Malakat Aimanukom (Ciò che la tua mano destra possiede, 2011) serie tv presentata con la partecipazione di Carlo Freccero nel 2013 da Babel tv il canale di Sky, oggi chiuso, nella sua programmazione speciale dedicata al Ramadan. Una serie che aveva riscosso grande successo e tanto interesse, soprattutto perché affronta attraverso le storie di donne siriane, argomenti tabù e descrive il conflitto vissuto dai personaggi tra religione, valori sociali, e racconta come la violenza individuale si trasforma in violenza sociale: una premonizione di quello che è accaduto dopo soli due anni in Siria.

La produzione siriana, che si era imposta negli anni, monopolizzando il mercato televisivo, subisce una violenta battuta d’arresto, con i venti di morte, della cosiddetta Primavera araba, che spinge il Paese in un vortice di terrorismo e sangue. La guerra mediatica si affianca agli attacchi terroristici, e i canali tv, la maggior parte di proprietà dei paesi del Golfo, ostili a Damasco, decidono di boicottare i Mussalsalat siriani.

Le disgrazie altrui a volte tornano utili. Terrorismo, crisi economica, embargo e boicottaggio, causano un duro colpo alla produzione dei Mussalsalat, soprattutto alla distribuzione, e provocano una forte disoccupazione tra gli operatori del settore, costringendo tecnici, attori e registi ad abbandonare il paese e rifugiarsi nei paesi limitrofi per trovare lavoro, inserendosi nelle produzioni televisive in Egitto, Libano, Emirati Arabi, che sfruttano questa situazione, utilizzando i professionisti siriani e i nomi degli attori molto popolari, per promuovere e migliorare i loro prodotti televisivi, e alzare il loro livello qualitativo.

Nascono così le Co-produzioni, dove i protagonisti sono attori, attrici, sceneggiatori e registi siriani, mentre la produzione non è siriana. Azione consolidata nonostante le fallite campagne, in alcuni casi, come in Libano, per impedire gli attori siriani di lavorare, con la scusa, che sottraggono opportunità ai loro colleghi libanesi. Sperimento controverso e molto discusso, con relativi successi, e poco convincente al pubblico esigente, sia per contenuto, che per credibilità, nonostante gli altissimi budget, quattro volte il costo di produzione siriano, e lo stile moderno: Lussuose location, affascinanti abiti e belle macchine all’americana. Il pubblico resta stordito dalla mancanza di identità, dalle notevoli divario a livello di recitazione, dalle differenti cadenze linguistiche, e provenienza, non giustificate e poco realistiche.

La produzione siriana nel frattempo non si era mai fermata, malgrado la guerra devastante e il boicottaggio dichiarato dei “fratelli” arabi. I siriani decidono comunque di non arrendersi, continuando a girare e produrre serie tv, sotto gli attentati e le bombe, convinti che non si tratti solo di intrattenimento e puro passatempo, ma di una vera e propria industria e atto di resistenza, con il quale vorrebbero far arrivare al mondo la propria voce.

Allora occorrevano passi coraggiosi e soluzioni rapidi, adottando misure per assorbire il colpo e marginare l’effetto. La tv di Stato, per sostenere il made in Siria, decide di acquistare tutte le produzioni di serie televisive siriane, mentre le case di produzione, tentano canali di distribuzione alternativi, dalle piattaforme online ai siti web privati, passando per la messa in onda diretta e la trasmissione attraverso i canali di YouTube.

La stagione di Ramadan 2019, é stata diversa, e sugli schermi delle case arabe, qualcosa è cambiato, mentre cala il sipario, agli ultimi atti della guerra, i siriani sono tornati. I Mussalsalat siriani di tutti i generi e per tutti i gusti, dal drammatico alla commedia, dallo storico in costume al super moderno, sbancano lo scenario televisivo arabo, anche su quei network di proprietà dei nemici dichiarati, dai sauditi a quelli degli Emirati arabi, con 34 serie tv in onda, tra i quali diverse co-produzioni, e 23 sono girate interamente in Siria.

Un salto di qualità che riflette la natura dei siriani, coscienti e creativi, che non mollano facilmente di fronte al terrore e alla morte. Così i Mussalsalat tornano ad essere uno spazio di riflessione, discussione e dialogo sociopolitico, che cattura, non solo i social media ma l’attenzione del mondo intero.

Tirando le somme di questa stagione televisiva molto ricca di produzioni siriane, senza dubbio è un ritorno forte, in un momento di stordimento culturale, dove con delicatezza e intelligenza, gli artisti siriani, sono riusciti a non far finta di nulla, ed affrontare temi coraggiosi e raccontare un Paese, che esce dalla guerra con tutte le sue contraddizioni e conseguenze sulle persone e loro vita quotidiana, e soprattutto proponendo, cosa ne pensano i siriani stessi di quel che accade nel loro paese, al di là di ciò che raccontano i mass media.

Nonostante i timidi tentativi della piattaforma internazionale Netflix di introdurre nella sua offerta serie tv arabe, sarebbe il caso di allargare anche i nostri orizzonti negli spazi televisivi italiani, oltre la produzione americana dominante, e dare spazio a voci alternative, una cosa non facile, anche nei paesi che predicano pluralità e democrazia, per capire una delle pagine più complesse del nostro secolo, attualità e destino di uno dei paesi chiave dal quale dipende il nostro futuro e quello di tutto il vicino Oriente.

Titoli di Massafet Aman, regia di Allayth Hajo

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